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3 aprile 2011

Un libro e un film, per capire Silvio (forse) occorre capire noi

Attraverso l'analisi di documenti, testimonianze e cronache giornalistiche, questo libro di Michele De Lucia ricostruisce venticinque anni di Lega nord.
Un libro che voglio associare all'ultimo film di Roberto Faenza.
Dall'analisi puntuale si può approfondire lucidamente e prendere posizione senza ricorrere alle classiche categorie, come l'indignazione, che poco hanno a che fare con il politico.

Per il libro vi segnalo l'interessante incontro organizzato da Radio Radicale:

http://www.radioradicale.it/scheda/324268

e per il film la conferenza stampa di presentazione di Silvio Forever:

http://www.youtube.com/watch?v=UExyiXBc7bg

 




permalink | inviato da CambiareaSinistra il 3/4/2011 alle 16:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa


4 febbraio 2011

Una questione politica, e non morale di Michele Prospero [dal Manifesto del 1.2.2011]

C'è una grande meraviglia, anche tra gli osservatori stranieri, per la mancanza di una risposta ferma dell'opinione pubblica al cospetto delle tristi vicende del cavaliere. Perché non è scoppiata l'agognata indignazione etica risolutiva? Il fatto è che la questione Berlusconi non è una faccenda interna alla morale, da rintuzzare con i toni della più calda disapprovazione. È purtroppo una assai ardua prova politica, difficile da vincere in un paese in cui il berlusconismo non è affatto una passeggera inclinazione deviante di un uomo solo ma esprime un senso comune che poggia su solidi rapporti di forza nella società.

Sull'Unità nei giorni scorsi è persino comparso un appello ai padri perché scendessero in campo a difesa dei sani valori della gioventù violata dai gusti irregolari di un vecchio ricco e potente. La morale non è però che una frivola occupazione se non diventa anche un'azione politica possibile. Gli stessi pastori delle anime hanno appena espresso una certa censura dinanzi alle cadute nei peccati della carne che offendono il loro credo ma non hanno sciolto il legame forte della chiesa con la destra. E allora? Bisogna lasciar perdere la morale, sulla quale si può incidere solo nel lungo termine, per riflettere sulla politica che è sempre un crudo rapporto di forza capace di operare nel tempo presente.

La vicenda Berlusconi non è una mera condotta peccaminosa da sanare con qualche edificante sermone. È piuttosto una grande, maledetta questione politica. Non le debolezze della carne ma la debolezza dello Stato caduto in mani così inquietanti è il vero punto da rimarcare. Lo Stato è minato dal comportamento di un capo che non sente la dignità della carica. Questo è il vero nodo: la decadenza irreparabile del decoro dello Stato. Una condotta conforme alle esigenze del ruolo pubblico ricoperto per così tanti anni, Berlusconi non l'ha mai avuta. Egli ha sempre scambiato le istituzioni, i vertici internazionali, le riunioni di gabinetto in giocose esperienze da affrontare non già con noiosi dossier e una solida analisi ma con la pacca sulla spalla, con la barzelletta, con il cu cu.
In nessun sistema politico di un certo livello una condotta irrituale come quella del cavaliere palesata non nella privata dimora, ma nell'esercizio delle sue supreme funzioni di governo, sarebbe mai stata tollerata. Il problema è allora non di riscaldare il senso etico caduto in un prolungato torpore ma di avere la percezione chiara del vero rischio odierno: l'appannamento di ogni prestigio che dovrebbe accompagnare il titolare delle funzioni di governo.

Nei vent'anni della seconda Repubblica si è consumata una mesta eutanasia del politico. L'Italia non è più un dinamico paese centrale con elevati livelli di civiltà diffusa. È un malandato paese del tutto semiperiferico i cui principali dirimpettai di pari grado non sono certo la Germania, la Francia, l'Inghilterra ma la Polonia, l'Ungheria, la Romania.
La considerazione che una gran parte degli italiani (soprattutto quella neoborghesia che in termini economici ha vinto e però rifiuta di pensare in termini pubblici) ha dello Stato, della legalità e della politica è all'insegna di quella stessa indifferenza affaristica che si rintraccia nei desolati paesi ex comunisti, senza società civile, senza partiti, senza Stato di diritto. Quindi è insensato aspettarsi una risposta pronta da parte di una entità così misteriosa e che in realtà non c'è proprio, almeno nelle ampiezze degli altri paesi europei: l'opinione pubblica, la società civile.
Non è solo una questione di manipolazione operata dai media che hanno distratto la massa con sapienti opere di rimbambimento, con la creazione dei falsi miti del vallettismo di massa, con la vendita di allarmi sociali fittizi sulle figure dei lavavetri, del migrante clandestino. Il nodo è la scomparsa repentina delle condizioni di una efficace funzionalità della politica che ha portato al trionfo dei più sfrenati egoismi di ceto della neoborghesia irresponsabile che nel cavaliere vede l'interprete perfetto degli interessi irregolari e dei desideri di un immaginario sfrenato. La scomposizione dei partiti, la rinuncia all'autonomia politica della sinistra hanno favorito l'insorgenza di una colossale catastrofe nella cultura di massa. Ovunque appare la disarmante alienazione dei territori che si ritrovano sguarniti di ogni presidio, senza cioè una politica organizzata capace di dare una risposta ai disagi e con gli insopportabili appetiti personali di tante signorie private che combattono per le cariche elettive e gestiscono risorse autonome di comando e pratiche di scambio occulto in vista del consenso.

Il degrado nel paese reale senza più politica strutturata è così evidente che appaiono risibili certe soavi raffigurazioni delle primarie come frontiera della bella politica ora ritrovata. Non manca chi osa proporre, nel desolante deserto del politico, l'esempio italiano dei gazebo come una forma splendida della nuova politica da contrapporre ai tediosi tedeschi che si attardano a convivere con le brutte cose del '900 che sono i partiti, i sindacati, il parlamentarismo. L'Italia sarebbe più avanti dell'Europa per certi profeti del nulla. Al Lingotto è stato lisciato il pelo a un'Italia inventata, a una società degli individui tutta pronta ad aspettare una salvifica rivoluzione liberale. Solo la penna deviante di Scalfari ha potuto cogliere la riaffiorante grazia del carisma e la favola incantata del sogno nella stanca riproposizione dei luoghi comuni sul merito e sui talenti (in un paese che sforna eserciti sterminati di precari, che dà assalto alla contrattazione collettiva, che blocca per anni i grami salari del pubblico impiego).

La (brutta) Italia di Berlusconi che non teme la deriva ed è disposta ad affondare piuttosto che riscoprire un minimo senso dello Stato è purtroppo assai più reale e combattiva di quella caricatura di società fantastica che abita solo nelle menti di Veltroni e Scalfari. E allora? Bisogna scagliare pezzi di società contro un potere irresponsabile. Vanno bene i dieci milioni di firme per seppellire il cavaliere. Ha un senso anche il recupero della manovra e dello spirito di congiura per l'estremo tentativo di staccare il carroccio dalla destra. Ma occorre, accanto alla cospirazione che è sublime purché sortisca un buon esito, una risposta incisiva al livello di massa. Tocca al sindacato valutare se esistano le condizioni per uno sciopero politico generale in difesa dello Stato che un irresponsabile Berlusconi accompagna alla completa distruzione. Non è il leggiadro sogno del Lingotto che potrà spostare gli anchilosati rapporti di forza ma solo la tangibile disperazione di tanti soggetti condannati da un presente pieno di degrado e così inospitale e privo di ogni principio di speranza.


Michele Prospero, dal Manifesto del 1.2.2011


19 gennaio 2011

Scrittori italiani

Finalmente sappiamo dove va la letteratura italiana. Bastava seguire la più volgare ed efferata trasmissione della domenica - «Stasera che sera» condotta da Barbara D'Urso - per capire che non c'è più speranza. Inutile prendersela con il «servo» Signorini se lo spettacolo dato dai cosiddetti intellettuali, la coscienza critica del Paese, è questo!

[...]

Capisco l'esigenza di promuovere i propri libri, ma farsi ridicolizzare dal trash è imperdonabile. Avanti così, scrittori italiani, ve lo meritate tutto il successo di Benedetta Parodi!

dal CdS, Il trash della D'Urso e i nostri scrittori di Aldo Grasso




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5 gennaio 2011

Sotto il maglione niente [di Michele Prospero]

Vi propongo un articolo di Michele Prospero sulla questione Fiat uscito sul Manifesto di oggi. Alcuni lo classificheranno come il solito articolo estremista pubblicato da un quotidiano comunista.
Ora a parte segnalarVi la serietà dell'autore, sapreste rispondere con argomenti seri a queste serie considerazioni? Sinceramente a me non è riuscito.

 


[dal Manifesto del 5 gennaio 2010]

Già lo hanno promosso sul campo come l'uomo dell'anno. Eppure Marchionne ha solo
recuperato un'idea vecchia, quella del puro e semplice ritorno alla percezione del plusvalore
assoluto (prolungamento del tempo di lavoro, maggiore sfruttamento). L'amministratore
delegato viene santificato proprio perché intende rinunciare al terreno più avanzato di
competizione (la percezione di plusvalore relativo grazie all'impiego di sapere, all'uso
dell'innovazione tecnica, all'ampliamento del capitale costante) scelto dal capitale nel '900 e
recupera la abbagliante pretesa di comprimere i costi del lavoro ogni volta che le cose vanno
male all'impresa.
Più che una strategia accorta in grado di ridare fiato a un'azienda che rotola in grande affanno
nei mercati globali, si vede solo una pigra e costosa ossessione ideologica (dare comunque
addosso al lavoro) che di sicuro non porterà molto lontano lo stabilimento torinese nel recupero
di posizioni nelle vendite. Non è con il ripristino della sussunzione formale del lavoro al
capitale (inasprimento del potere disciplinare, limitazioni della rappresentanza) che si assicura
il ritrovamento di margini di profitto da parte di un'azienda malandata. Con l'accantonamento
miope della tendenza storica verso la sussunzione reale del lavoro al capitale (con più diritti,
consumi e consenso) si intraprende solo una soluzione regressiva e in definitiva di corto
respiro: il ricatto di una non scelta tra chiusura e rinuncia a tutele.

Il problema colossale della Fiat peraltro non sembra affatto essere quello di produrre poco a
causa di una elevata conflittualità ma semmai quello di piazzare molto poco di quanto sfornato
con una certa facilità dagli stabilimenti dispersi in mezzo mondo. Si registra oggi per la Fiat un
impressionante 26 per cento in meno nelle immatricolazioni rispetto allo scorso anno. Il costo
del lavoro e la cancellazione dei diritti c'entrano ben poco quali ostacoli per inserirsi nel gioco
globale se il nodo autentico del marchio torinese è quello non riuscire a vendere bene il suo
prodotto. Anche per la Fiat si tratta di uscire da una classica crisi di sovrapproduzione che
contrae la domanda e la propensione al consumo una volta che del tutto esauriti appaiono i
ritrovati magici delle carte di credito, ed esangui si rivelano i palliativi delle furberie finanziarie.
E invece di rispondere a questo tema (come garantire al lavoro un margine più ampio di
consumo) si cercano delle inutili scappatoie.

Il problema odierno del capitalismo, e quindi di riflesso della Fiat, è di avere dinanzi una forza
lavoro troppo impoverita per potersi permettere il lusso di acquistare macchine costose
(un'auto di media cilindrata costa quanto un salario annuale di un lavoratore; a un giovane
precario una utilitaria spreme almeno due anni di lavoro) e non affatto satolla per i diritti
eccessivi che l'hanno resa pigra e soddisfatta. La domanda interna, drogata negli anni più
recenti con il facile accesso al credito al consumo che suppliva alla perdita drastica di potere di
acquisto reale dei salari, non cresce (non può), e le macchine restano del tutto invendute negli
autosaloni. Chi in questi anni ha vinto - la piccola impresa, il commercio, il lavoro autonomo -
non compra utilitarie, orienta su altri marchi e beni posizionali le proprie scelte di consumo.
La grande stampa plaude unanime alle mosse di Marchionne e alimenta la credenza che dalla
sua profonda crisi strategica la Fiat uscirà solo se gli operai staranno in fabbrica con qualche
pausa in meno, con diritti affievoliti e magari trattenendo i bisogni fisiologici nell'arco della
giornata. Tanto rumore per nulla. Le decantate idee nuove del novello uomo dell'anno non
rivelano alcuna cultura dell'innovazione in grado di ridare linfa a una grande azienda
inginocchiata. La cura Marchionne è, per la ripresa di competitività, un'aspirina ridicola dinanzi
a una malattia mortale. Di rilevante essa ha solo il truce volto politico di chi propone lo
scambio indecente tra (pochi) investimenti e (residui) diritti.

Non ci vuole molto a conquistare i gradi di campione della modernizzazione in questo
neocapitalismo che ha un volto antico. Troppo antico per non provocare sciagure. Marchionne
piace al pensiero unico di oggi non perché in effetti sia un geniale manager dell'innovazione di
processo e di prodotto, ma perché è un politico maldestro che stuzzica gli appetiti
inconfessabili del capitalismo d'ogni tempo: abolire i diritti e però non tollerare alcun conflitto
nella società e nella fabbrica. Se riuscirà a fare questo, cioè a ridurre il lavoratore a pura
corporeità che vende le sue energie fisiche a un prezzo sempre inferiore senza però trovare
alcun intralcio nella resistenza della forza lavoro organizzata, il manager con il maglione blu
altro che uomo dell'anno, sarebbe l'uomo della provvidenza che dispensa miracoli mai riusciti
a nessun capitano d'industria. Purtroppo non è così, non si ha pace su una polveriera. Il
disagio di ceti senza più speranza diventa una cieca rivolta e non grande conflitto, impossibile
quando il lavoro non trova più i suoi referenti politici.

Quella che si ostinano a chiamare sfida estrema all'insegna della modernità in realtà è solo una
banale ricetta che suggerisce di lavorare per più tempo, con meno diritti. La grande impresa,
con la ricetta Marchionne, cessa di essere un luogo di relativo rispetto del ruolo del sindacato
per inseguire il modello sociale arcaico imposto dai padroncini con i loro migranti spremuti e
acquistati a buon mercato. Il manager con il maglione blu, che in un solo giorno guadagna
quanto incassa un suo operaio in due anni di lavoro, non inventa nulla, copia i rudi padroncini
che tengono i sindacati al di fuori dei loro oscuri capannoni. Per questo piace. E' il simbolo
della grande impresa che, a corto di idee e di strategie efficaci, viene inghiottita dallo spirito
selvaggio del piccolo padrone.

C'è scarsa creatività e audacia in tutto ciò. La porzione di capitale che in questi anni ha
scrutato con una qualche diffidenza il poco elegante berlusconismo, sotto la regia di
Marchionne, sta ricollocandosi ed è destinata a confluire nel blocco sociale della democrazia
populista che ha schiantato le capacità innovative della società italiana. Condividono il
declassamento definitivo dell'Italia a paese semi periferico destinato a bassi salari e a una
scarna civiltà del diritto nel lavoro. Grande impresa, finanza e microcapitalismo stanno
imponendo un nuovo modello di società a diritti impoveriti. Dev'essere così ovunque. Nelle
fabbriche come negli uffici pubblici, nei laboratori artigiani come nelle scuole, nei capannoni del
micro capitalismo territoriale come nelle università e nei centri di ricerca. L'innovazione
significa precarietà, discesa (drammatica per i più giovani) dei salari ai livelli minimi della mera
riproduzione fisica della forza lavoro. Ma l'Italia è già da anni agli ultimi posti al mondo per i
salari, oltre c'è solo il precipizio.

Il miraggio cinese che attira l'amministratore delegato della Fiat è una follia improponibile. Con
i salari di Pechino ci vorrebbero più di 30 anni di lavoro per comprare una punto. Il progetto
Marchionne è in realtà una propaganda ideologica, non una terapia d'urto in grado di portare
l'azienda fuori della sua crisi strutturale. Con il suo populismo padronale incasserà un
successo politico ma non imprimerà alcuna svolta alle relazioni industriali. E per questo l'uomo
dell'anno è per intero nel declino, non è una alternativa alla triste decadenza italiana.
Marchionne insomma non è un grande manager consapevole dei ferrei imperativi del tempo
globale, è piuttosto un piccolo ideologo politico che insegue i mulini a vento dell'umiliazione del
lavoro e delle sue rappresentanze. Di crescita neanche a parlarne.

 




permalink | inviato da CambiareaSinistra il 5/1/2011 alle 14:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 gennaio 2011

Sul lavoro, la sinistra, la Fiat, il sindacato, le persone, la fabbrica, Torino e Pomigliano, la democrazia, la globalizzazione

Sono sempre più convinto che il chiacchiericcio mezzoinformato-nehosentitoparlare abbia ormai sostituito l'opinione pubblica in Italia.
Può esistere una democrazia senza un'opinione pubblica? A me pare di no, e non serve essere estremisti per sostenerlo.
Ecco allora centinaia di articoli per capire meglio e costruirsi una qualche idea sul  giornalismo italiano e gli intellettuali di questo paese.
Può forse bastare a farsi un'opinione e possibilmente contribuirne a strutturarne una pubblica? No, ma da qualche parte si dovrà pur iniziare.

>--------------------------------------<

dal sito della Camera dei Deputati una rassegna dei principali articoli dal 12 giugno al 28 novembre 2010:

rassegna stampa 1

rassegna stampa 2


29 dicembre 2010

Sul lavoro, la sinistra, la Fiat

E' dura ricominciare, proviamo a farlo come sempre dalla conoscenza e dalla memoria.
Per chi non l'avesse visto su Repubblica Tv ricominciamo a parlare di
lavoro.
Da sinistra anche se a sinistra c'è molto da cambiare.


documenti: testo dell'accordo separato del 23 dicembre 2010 [Fiat Mirafiori]




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19 dicembre 2009

Archiviato il caso Bianzino. Bonino, Pannella e Bernardini: la decisione è grave perché non sarà possibile fare luce su alcuni lati oscuri della vicenda

Roma, 16 dicembre 2009

• Dichiarazione di Emma Bonino, Marco Pannella e Rita Bernardini

Con l'archiviazione dell'inchiesta, da parte del Tribunale di Perugia, del caso di Aldo Bianzino, morto in circostanze misteriose nel carcere di Perugia la notte tra il 13 e il 14 ottobre 2007 dopo 36 ore dal suo arresto, sarà praticamente impossibile fare luce su una vicenda che ha molti lati oscuri. A cominciare dagli esiti discordanti delle due autopsie che furono fatte immediatamente dopo il decesso: infatti il primo esame autoptico escluse patologie cardiache pregresse e mise invece in evidenza lesioni agli organi interni, presenza di sangue nell'addome e pelvi, lacerazione epatica, lesioni all'encefalo, a fronte di un aspetto esterno indenne da segni di traumi; un secondo esame autoptico, del novembre 2007, accreditò la tesi della rottura di un aneurisma cerebrale. Furono sempre riscontrate lesioni epatiche e la presenza di sangue nell'addome. Pur accettando l'ipotesi del medico legale, si affermò che l'emorragia cerebrale potesse essere stata causata da un forte stress di tipo fisico con improvviso rialzo della pressione. Le conseguenze di questo decesso in carcere sono state drammatiche per la famiglia di Aldo Bianzino, pochi mesi dopo la suocera di Aldo morì e da pochi mesi è morta di dolore anche la compagna Roberta. Il figlio Rudra, minorenne, rimasto solo con lo zio Ernesto, si trova ora senza nonna e genitori. Ci sorprende questa decisione del Tribunale di Perugia, cercheremo di capire cosa ha spinto i magistrati a questa decisione dell'archiviazione che era già stata proposta in altre due occasioni. Saremo al fianco del nostro compagno, iscritto a Radicali Italiani, Rudra Bianzino che al nostro ultimo Congresso ci chiese di aiutarlo nella ricerca della verità di quanto accaduto a suo padre Aldo.




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27 novembre 2009

Le nostre storie sono i nostri orti / ma anche i nostri ghetti /

 

“Qualcuno mi ha chiesto quale sarebbe
il primo provvedimento che prenderei
se fossi eletto democraticamente ‘presidente’.
Ebbene il primo provvedimento che prenderei
sarebbe quello di dimettermi,
perché se il paese mi eleggesse democraticamente
vorrebbe dire che non ha più bisogno di me.”


Marco Pannella
è parte della storia della politica italiana del dopoguerra. Ma, pur avendo molto parlato e comunicato, prima di questo libro non si era mai raccontato. Per lui hanno parlato le sue battaglie, i suoi discorsi parlamentari a Roma e a Bruxelles, le sue resistenze, i suoi scioperi della fame e della sete. Alla guida di un “piccolo partito”, è spesso stato espressione di maggioranze degli italiani, interprete dei loro desideri, delle loro necessità, dei loro bisogni. Per questo non considera il suo un “partito minoritario”.
Stefano Rolando lo interroga, qui, a tutto campo: dalla formazione della classe dirigente nella Goliardia alla nascita del Partito Radicale, alle battaglie vinte per aborto, divorzio, obiezione di coscienza, all’attualità della politica. E gli chiede conto del suo retroterra politico e culturale. Su padri, figli e compagni di viaggio: da Mario Pannunzio ad Arrigo Benedetti, da Leonardo Sciascia a Elio Vittorini, da Pier Paolo Pasolini a Emma Bonino. Un libro agile e approfondito, punto di riferimento per chi voglia capire una personalità che ha marcato per sessant’anni la politica italiana.

“Dove il potere nega, in forme palesi ma anche con mezzi occulti, la vera libertà, spuntano ogni tanto uomini ispirati come Marco Pannella che seguono la posizione spirituale più difficile che una vittima possa assumere di fronte al suo oppressore: il rifiuto passivo. Soli e inermi, essi parlano anche per noi.”
Eugenio Montale (Corriere della Sera, 1974)


Marco Pannella (Teramo, 1930), in gioventù nella sinistra liberale, ha rifondato a metà degli anni cinquanta il Partito Radicale di cui è tuttora leader. È entrato in Parlamento nel 1976. È stato per trenta anni europarlamentare. Ha condotto storiche battaglie referendarie per i diritti civili che hanno portato alla legalizzazione del divorzio, alla scomparsa degli aborti clandestini, alla chiusura dei manicomi, alla legittimazione dell’obiezione di coscienza. Tra le molteplici iniziative internazionali quella che ha permesso di formare nel 2008 una maggioranza all’ONU contro la pena di morte.

[dal sito della Bompiani]




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9 novembre 2009

Vergogna! Perché la rete non organizza una protesta capillare e non violenta? Queste dichiarazioni di Giovanardi offendono le istituzioni

 Caso Cucchi, Giovanardi:
'Morto perchè drogato e anoressico'

"La droga - ha detto il sottosegretario - ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato... certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato".

"Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto - e la verità verrà fuori - soprattutto perché pesava 42 chili". Lo ha detto il sottosegretario Carlo Giovanardi, intervenuto a "24 Mattino" su Radio 24, che ha diffuso il testo dell'intervista, per parlare di droga. "La droga - ha continuato Giovanardi - ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente, poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato... certo bisogna vedere come i medici l'hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così ".



Verità per Stefano Cucchi!




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30 ottobre 2009

Come è morto Stefano Cucchi?

Per Stefano!




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